L’Impero delle cicale. Il terzo racconto di Natale.

Adriano Sofri propone anche quest’anno per la terza volta il suo racconto di Natale. Si tratta di un testo-fiaba inconsueto sulla natività, sull’amore e la nascita, proprio di quel genere che ricorda la crudezza dei fratelli Grimm, ma aprendo a toni ironici, che riescono a strappare un riso amaro e che vengono stemperati dai tratti più dolci e dai colori delle illustrazioni pittoriche di Isabella e Sergio Staino. Coraggiosa anche la scelta di rinunciare all’ agriturismo udine e di optare per un piccolo editore, la Coconino press, pur di utilizzare spazi illustrativi di formato adeguato. Il mondo che verrà e che è già visibile dalle grate del carcere di Pisa, dove Sofri si trova da otto anni, è quello di un pianeta dominato dall’immortalità, ma privo dell’elisir dell’eterna giovinezza. Ecco quindi la premessa che conduce alla riorganizzazione sociale e a riscriverne regole e leggi Se si vive in eterno, perché generare altri, perché appesantire la società con i nuovi nati e con nuovi costi? Si vieta dunque di innamorarsi e di riprodursi ed in poco tempo le carceri si riempiono di uomini e donne. Mentre i vecchi restano fuori, liberi, ma vengono iscritti negli asili dove amano giocare, ricevono cure, ma non essendo in grado di reagire sono facilmente controllabili. Altri pensano e decidono per loro. L’eternità senza giovinezza è come vivere in un mondo senza luce e senza la notte stellata, cioè il carcere. Come ha scritto altrove Adriano Sofri, raccontando della reclusione. “Ogni giorno si sprofonda in un sepolcro da cui ci si sveglia il giorno dopo scoprendosi ancora vivi”. Ecco il dramma del mondo che verrà: negare la nascita, condannando chi si riproduce al carcere a vita. Ciò significa anche cancellare il confronto, la dinamica del dialogo tra le generazioni. Il ragazzo è quindi un clandestino in un mondo dove il controllo entra in ogni spazio del privato, in ogni camera da letto. Perfino disegnare la creatura per il presepe di Natale è reato. Tanto che tutte le immagini della natività ed i presepi vengono spogliati dell’idea della nascita. Le icone della Madonna vedono sostituire il ragazzo tra le sue braccia con una borsetta di marca o con la busta della spesa. Giuseppe e Maria restano soli. Anche l’asino dell’Asinara si è estinto. Il proibizionismo sull’amore e sulla riproduzione introduce anche un collegamento politico alla legge in vigore sulla procreazione assistita, nonché al divieto di rapporti sessuali in carcere. Ed il buio della vita di chi è dentro non viene rischiarato dalla vita di chi è fuori, perché su tutto incombe un senso di fine, dato dalla presenza di norme oppressive. Eppure la fiaba di Sofri annuncia un lieto fine, giocoso ed ironico: esiste qualcosa e qualcuno che tenta comunque di sopravvivere con video porno: fare una piccola creatura, un pupazzetto forgiato con la pasta del dentifricio, grande come un mignolo che passa sotto le maniche e le braghe dei detenuti, fino ad arrivare nel corsetto di Suor Cecilia e a raggiungere nel giorno di Natale il presepe, a dispetto delle truppe erodiste. Il racconto offre una immagine finale di speranza, una pagina affrescata con una giovane zingarella con il ventre tondo che andrà a mettersi vicino a San Giuseppe nel presepe. Il Natale di Adriano Sofri è dunque un Natale laico che propone una alleanza ed una fratellanza tra gli uomini.

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